ESPOSIZIONE
X
ARTE-DEI^
^VENEZA^
Li: Sauere Barigazzi- Bolo^n^.
CAlAloGO
vmorisiìco
illvsTràIoacolori
TesJo o'MOMO - DISEGNI
3^ ÉniZIONE
NASICA E MIMO
pvbbucazionedelPeriodico bolognese.
PERMESSO ?.... * I U^7-
Seconda Esposizio-
ne Internaziona-
le D' Arte della
CITTÀ DI \^ENEZIA.
catalogo UMORlSriCO
ILLUSTRATO A COLORI.
Testo di M OMO, Disegni di
NASICA E MIMO.
Fascicolo I.
(Il Rosso e il Giallo)
BOLOGNA
I^ditokk: è permesso?...
Giornale umoristico artistico settimanale
1897.
Coi tipi dello Stabilimento Tipografico Successori Monti
A . L' ARTE .
PERCHÈ . COME . PER . LEI . RIDIAMO
OGGI .
VOGLIA . ELLA . SORRIDERCI .
UN . GIORNO .
CON . RIVERENZA .
NASICA . MIMO . MOMO
PRIMO
DE ORIGINIBUS
Un giorno, la mattina del 28 Aprile dell'anno di grazia 1897, il
pittore Nasica (la biografia ad altro fascicolo : chi non lo conosce
impari ad ammirarlo nei disegni del presente), il pittore Nasica, ripeto,
si aggirava tutto solingo per le calli della vetusta e originalissima
città di Venezia. Chi pensasse che vi si fosse recato per proteggere
collo sguardo paterno 1' opera sua beneamata, la quale, desiderosa di
ammiratori, a malincuore sopportava di essere da così lungo tempo
appesa inutilmente alle pareti del gran tempio cui Mario Pittore ornò
di artistica facciata, s' ingannerebbe a partito. Il pittore Nasica, stu-
diosissimo e coscienzioso in ogni sua cosa, erasi recato nientemeno a
Venezia per osservare lo strano aspetto deWa Serenissima in un giorno
di pioggia.
È evidentemente il soggetto del quadro attorno al quale sta ora
lavorando: una indiscrezione che l'autore per primo mi perdonerà.
Ma siccome i giorni passavano, le tasche si alleggerivano e la
pioggia accennava a non voler comparire, così troviamo il nostro
pittore ad aggirarsi solingo, per le calli, come sopra. Fu in questa
passeggiata solitaria che gli capitò l'avventura seguente, spiritosissima.
A un tratto si vede passare d'accanto una gloriosa matrona, dal-
l'incedere maestoso, tutta atteggiata il volto a severità: pacata e ve-
nerabile avanzava, tutta sola, nè alcuno osava avvicinarla. Quando da
una viottola sbuca un vezzosissimo damerino, azzimato e pettinato a
festa, il quale, facendo suonare sul fianco dondolante una buona
dozzina di ciondoli civettuoli, le si appressa imperturbato e con gesto
naturale la saluta. Voi credete che la matrona neppure lo degnasse
di uno sguardo. AH' opposto : perchè, non appena lo riconobbe, uscì
in un grido di giubilo, e scivolando il suo destro fidiaco braccio nel
sinistro molto moderno e poco fidiaco del vezzoso salutatore, prese
con lui amichevolmente a conversare, e scomparvero.
Chi erano i due misteriosi forestieri ? Intanto fu osservato che
nessuno dei due era comparso alla inaugurazione; anzi la matrona, da
quel momento, non fu più veduta. Ma il giorno seguente, nell' ora che
dalla capitale giunge, desiderato messaggio, la Tribuna, chi in quel
tempo si trovava a Venezia, giura di aver veduto il pittore Nasica,
I
nella Piazza di San Marco, circondato da una immensa folla di cu-
riosi, spiegare il verbo di Enrico Panzacchi, che già si presentava col
suo articolo — Sulla Soglia — a parlare della Esposizione. Quando
il pittore giunse alle parole c Garolus Duran, che dà del tu alla
Natura » quella prosa gli parve a dirittura una rivelazione. Dunque
la nnatrona che Venezia negli ultimi giorni aveva ospitata non poteva
essere la Natura e il suo damerino Carlo Durar.? Non erano stati
veduti, sia pure per poco, a braccetto?
Fu un subisso: i veneziani non capivano più nella pelle, e il
pittore Nasica fu condotto in trionfo per la città.
Ora non dubito più che il suffragio popolare gli aggiudicherà
il premio.
Chi però più si commosse alla rivelazione fu il pittore medesimo.
Dunque colei che da tanto nei suoi sogni d'artista egli perseguiva, gli
era passata da presso ed egli l'aveva veduta, una volta. Ed ora come
ritrovarla? Per "molti giorni la ricercò invano, sino a che dovette
persuadersi che, dicci minuti prima della inaugurazione della esposi-
zione, la matrona era partita da Venezia. Fu allora che il disinganno
amaro gli suggerì una trovata.
Se è vero, egli si disse, che i quadri della Mostra sono una cari-
catura della Natura, per cui Ella si è creduta obbligata a fuggirsene
lontana, facciamo la caricatura della caricatura : è probabile che a
questo modo si torni sulla retta via e forse- mi sarà dato di nuovo
imbattermi nella Dea.
Ma, come tutti gli uomini di provata modestia, volle mettere a
parte anche altri del suo progetto, e volse per ciò gli sguardi su due
artisti, di fama presso che mondiale. Mimo e Monto, chiedendo il
loro consiglio. Mimo e Momo si arricciarono i baffi, o se non
precisamente i baffi, qualche cosa non del tutto indegna di tanto
nome, si puntarono la caramella, sempre necessaria nel momento di
una decisione d'importanza capitale, e pensando che metteva conto
discendere dal loro piedistallo per entrare in così buona compagnia,
in massima, sulle generali, serbando intatta la loro personalità di
artisti di grido e di critici influenti, accettarono di aiutarlo. Così
ebbe origine la presente pubblicazione : i suoi mezzi, il suo scopo
vedremo poi.
SECONDO
IL CONVEGNO DEI CRITICI
Quando un critico si alza alia mattina, apre un finestrino che dà
sull'Universo e ascolta per mezz'ora le voci dell'umanità che portano
la sua fama alle stelle. E siccome il cuscino sul quale ha riposato la
notte è poco soffice, avendo il critico avuto cura, la sera, di disporre
sotto il medesimo alcuni volumi di erudizione artistica, eh' egli non
legge mai, ma che un giorno, dato il lungo convivere insieme, sono
destinati a diventare carne della sua carne e sangue del suo sangue,
egli inevitabilmente, dopo una mezz'ora, si ritrae dalla finestra e
prende la solita docciatura. Una testa così gravida d' idee ha sempre
bisogno di rinfrescarsi.
E soltanto dopo queste operazioni di indiscutibile importanza che
il critico, ben pettinato, strigliato e concimato, si decide ad uscire.
Per quella mattina era indetta, in occasione dell'apertura della
Seconda Esposizione Internazionale d'Arte della città di Venezia, una
gita ciclistica, a cui dovevano prendere parte tutti indistintamente i
componenti il benemerito Club critico sportivo italiano. Si era scelto
quel mezzo non per modestia, come insinuarono gl'interessati, ma
per due ragioni di altissimo valore; prima perchè era questo il più
economico sistema per cui un animale qualsiasi può essere trasportato
da una città ad un'altra, cosa non del tutto disprezzabile da uomini
di lettere e poco in quattrini, secondariamente perchè, era questo il
mezzo per arrivare a Venezia tra molta polvere e molto rumore, due
cose ancora queste tutt'altro che indifferenti per uomini di lettere e
critici d'arte.
Quale credi, o lettore cortese, che fosse il punto di ritrovo ? Tu
certo hai imaginato la piazza di S. Marco o i pressi dell'Espo-
sizione. Nulla di tutto ciò. Erasi convenuto col Gomitato che a una
data ora, con inappuntabile esattezza d'orario, la carovana ciclistica
dovesse fare il suo trionfale ingresso all'Esposizione, senza discendere
dalla macchina, e che perciò, all'ora stabilita, il pubblico dovesse es-
sere invitato a sgombrare le sale. E così avvenne.
All'ora dell'arrivo, due enormi ali di popolo, da cui si levavano
tratto tratto esclamazioni di meraviglia in tutte le lingue, si stende-
vano ai fianchi dell'artistico edificio. Acclamati da un pubblico deli-
rante, in perfetto orario, giunsero i gitanti: la corsa vertiginosa ap-
pena lasciò intravedere visi pallidi e sbarbati, baflfi canuti e pizzi im-
periali, validi toraci e schiene elefantine, gambe risibili e piedi di
quattro Spanne. Poi tutto scomparve, come lampo, entro la porta
d'ingresso. Furono pochi minuti di attesa, ansiosa; poi la carovana fu
veduta riapparire, trasfigurata, come ispirata. Chi portava erta la fronte,
quasi pensando, e teneva in mano un volume sesquipedale di appunti,
chi colla testa bassa tentava celare al curioso indiscreto il grande in-
terno commovimento, chi, seguendo forse una sua idea fissa, veniva
tentennando il capo, quasi indicasse un disinganno, chi superbo delle
glorie italiane veniva fumando un cattivo sigaro, anch'esso italiano,
per quanto poco glorioso. Fu anche questo un attimo, poi di nuovo
tutti scomparvero, e tornarono a casa. Nè furono più veduti, mai.
Ma forse m'inganno. Uno solo, pochi istanti dopa che i suoi amici
erano partiti, preso da scrupolo, tornò addietro. Lasciò la bicicletta e
il quaderno degli appunti alla porta e colle braccia al sen conserte,
napoleonicamente solo, rientrò. G' indiscreti intanto non se l'erano
fatto dire due volte e pagando grosse mance alla guardia che teneva
in custodia il fatidico volume, poterono leggervi queste poche sibilline
righe :
/ pittori che pensano
I pittori che suonano
I pittori che sentono
I pittori che mangiano
I pittori che russano
Evidentemente erano queste le categorie in cui l'egregio critico
avrebbe confinati tutti i quadri della Esposizione. E forse appunto
era ritornato addietro incerto del come denominare la sesta. Dopo
quattro buone ore, finalmente il misterioso genio uscì. Riprese il qua-
derno, vi scrisse col lapis rosso, con aria di trionfatore:
Gli altri
tirò un sospirone, inforcò la macchina e scomparve.
TERZO
UNA IDEA LUMINOSA
Il giorno seguente il pittore Nasica, umile e silenzioso, coU'u-
nica sua compagna indivisibile, la Guida, entrava esso pure alla Espo-
sizione. E come avviene delle idee veramente originali, che non si
fanno nè cercare nè aspettare, così la trovata non indugiò a rivelar-
glisi in tutta la sua malia. Partecipare l'invenzione a Mimo e Monto,
far sì che essi ne rimanessero a prima vista abbagliati, fu certo la
minor fatica.
Pensò adunque il buon Nasica: se è vero che il primo e forse
massimo ufficio in una Galleria di quadri spetta agli occhi, secondo
che i medesimi dettano e richiedono deve il critico distinguere e rag-
gruppare.
Non crediate, amici lettori, che portando io il nome del Dio del
Riso (e me ne vanto) non possa, a mia volta, e quando mi pare e
piace, parlare sul serio. Per fare adunque quanto è detto di sopra,
bastava al pittore Nasica guardarsi un tantino d'intorno Ed egli
guardò.
E vide, prima d'ogni altra cosa, prima della cornice, del disegno,
della figura, vide sopratutto dei colori. Dunque // colore sarebbe il
punto di partenza per cui egli moverebbe alle sue categorie. E insi-
stendo nelle sue osservazioni vide, fra i colori, in modo specialissimo,
dominare il rosso, il giallo, il verde, il bleu.
Ecco adunque, senza cavilli, senza torture e lambiccature, pre-
sentarsi il concetto ordinatore di tutta quanta la Esposizione. Tanto è
vero che gli umili e i semplici l'Arte, divinità equa e sapiente, ha
sempre degnati delle sue visioni preferite.
QUARTO
CIÒ CHE FAREMO
Ecco. Prima di tutto una pubblicazione come va, e questo si ca-
pisce, ma non si dice. È quello che faccio Poi di poca spesa, e questo
si sa, ma non si dice, perchè nessun autore è tenuto a conoscere l' in-
terno delle tasche del suo pubblico. E di nuovo è quello eh' io faccio.
Nasica mi autorizza a promettere eh' egli proseguirà, con uguale e
maggior lena, ad illustrare la Triennale di Venezia, facendo seguire
alle categorie del Rosso e del Giallo, nel secondo fascicolo, quelle
del Verde e del Bleu.
Mimo, l'uomo dei misteri, forse anche per una sua naturale ti-
midezza, non si arrischia a promettere nulla di certo, contento se
potrà fare ai suoi ammiratori qualche gradita sorpresa. L' umile sot-
toscritto poi. reduce da una sua gita, un po' tardiva, a Venezia, chi
sa quante belle cose saprà, se vorrà, dirvi a proposito della Esposi-
zione. Il terzo fascicolo è dedicato alla Categoria ultima, ch'io non
ho ancora ricordata, appunto perchè sottintesa, a quella, cioè, del
Policromo. Nel medesimo poi, siccome ci resterà della carta da im-
brattare, Momó, contento finalmente di non dover più parlare di cose
che non sa, ritornerà a sliizzarrirsi, badando di stare sulle generali,
trattenendo in ciarle il suo paziente lettore, tanto per fargli scordare
la malinconica lira spesa a procurarsi il piacere di stare due minuti
con lui. Oh non tema il moralissimo lettore che quella lira possa
mai da Momo essere spesa in soddisfazioni illecite e che non rien-
trino precisamente nella cerchia dell'arte! Momo non getterà certo il
generoso obolo del suo lettore nella malvagia cloaca delle industrie
nazionali del tabacco e dell'acquavite; io non sono fumatore nò
irà fa comodo, per ora, suicidarmi. Quanto a giocare, gli amici non
mi ci pigliano più; la sola volta che feci un tiro discreto al bigliardo
fu colla palla dell' avversario.
\ certi sospetti poi che tu, maligno lettore, vai ora susurrandomi
all'orecchio, io mi sento superiore almeno di quattro palmi. E non
discorriamone piìi. Ma chi a dirittura, in questo ultimo fascicolo,
trionferà, sarà Mimo.
Ho avuta la fortuna, rarissima, di essere ammesso al suo studio,
e in quel sacro recesso, dove la più carezzevole delle Muse scende a
sfiorargli h fronte di sogni immortali, ho veduto tali cose che......
faccio punto e passo ad altro.
QUINTO
CIÒ CHE NON FAREMO
Intendiamoci intanto subito su un punto delicatissimo. Per vo^-
lontà espressa del mio papà Nasica, e, aggiungerò, anche perchè ciò
era nelle mie precise intenzioni, la prosa di Momo non accennerà,
neppur lontanamente, a divenire una di quelle pubblicazioni che con lo
specioso nome di critiche d' arte, nuli' altro riescono invece che una
solenne corbelleria ed una più solenne turlupinatura degli artisti e
del pubblico. L'allegro sorriso del visitatore burlone e senza pretese,
ecco il nostro programma. Troppo alto rispetto noi portiamo a quella
severa e gelosa divinità, 1' Arte, per non ricordare che il lungo studio
e il grande amore non francano dalla taccia d' imprudente chi, sia
pur circospetto, osa avvicinarsi ai penetrali della Dea. Per ciò lascie-
remo ad altri il titanico compito di dettar canoni e trinciare apoftegmi,
contenti se il tempo, che altri occupa a salvare l'arte, noi avremo speso
a' procurarci quel corredo di sani studi che in avvenire si ricercherà
dal critico d' arte, quando il dilettantismo, 1' impressionismo e tutti in
genere i belletti e i rossetti della rettorica ignorante e prosuntuosa,
si saranno rifugiati, ultimo e conveniente asilo, sull' abbigliatolo delle
signore povere di spirito. E sarà giusto e naturale il passaggio: in
tutti e due i casi è sempre il belletto che rovina due delle maggiori,
forse le sole, consolazioni della vita umana: l'Arte e la bellezza fem-
minile.
SESTO
IL LEONE DI S. MARCO
Nella sede del Comitato organif^aiore regnava un grande fermeiTto.
consci i singoli membri del gravoso incarico che incombeva alle foro
spalle, ora che il voto unanime del mondo civile pareva aver consa-
crata la città di Venezia a ritrovo sacro, fatale e triennale del/uni-
versa pittura e scultura. Bisognava che il Comitato, in maniera as-
soluta, dimostrasse di essere all'altezza del compito assegnatogli, e
per far ciò conveniva prima dimostrare che i componenti /' egregia
Commissione erano tutti coscienti del come, fino dalla et^nità, Ve-
nezia fosse destinata a divenire il centro del movimenio artistico
universale.
La Commissione si era quindi radunata di urgenza per deliberare
quale imagine simbolica dovesse portare il cartellone destinato ad
annunciare al mondo la fausta ricorrenza. Quando il pittore Separine
fu chiamato dalla Commissione a segreto consiglio stava studiando
un suo progetto di prosciugamento della Piazza di S. Marco, invasa
(come si può notare nel cartellone-avviso) dalle acqùe. Interrotto bru-
scamente il suo lavoro, il pittore si affrettò alla volta del palazzo
dove , trepidanti, lo attendevano gli organizzatori. Convien ricordare,
a più facile intelligenza, che nel frattempo la Commissione aveva
risolto improvvisamente il difficile problema, decidendo che il cartel-
lone dovesse portare il Leone di S. Marco.
Al primo apparire del Secatine la Commissione fu tutta in piedi
e come un sol uomo, intonò questo saluto:
E poi che noi rinovelliamo Augusto,
odi, Sezaime : facci tu un Leone
degno d' Italia, degno del tuo gusto
e del poco oro che abbiam nel cassone.
CARDUCCI, Il canto dell' amore.
In verità era parso loro che il Leone di S. Marco avesse il maggior
diritto alla riconoscenza della Serenissima e che portasse, per le an-
tiche glorie, maggior significato di simbolo in sè.
Di più ricordava la Commissione un proverbio di classica origine
che suonava precisamente: ab ungue leonem, e eh' io mi permetterò di
tradurre: dall'unghia riconoscerai il leone. Ora come appunto il pro-
verbio significava che dal poco veduto si poteva bene arguire la
grandezza e la forza del tutto, così voleva la Commissione che il re
degli animali, preso a simbolo, invitasse lo spettatore a pensare a
quale altezza doveva essere la produzione artistica dei singoli paesi,
a giudicarne dai pochi esemplari che teneva davanti agli occhi. Al
pittore Se^fanne piacque l'idea del Leone, non così però che non gli
venisse fatto di notare l'enorme stiracchiatura del proverbio, la qual
cosa attribuì alla esagerata preoccupazione del Comitato di cercare ad
ogni costo il simbolo. Cominciò dunque dal dichiarare agli egregi
componenti la sua piena soddisfazione per il progetto e la sua
riconoscenza per averlo essi scelto ad interprete delle loro ispirate
elucubrazioni, poscia soggiunse queste parole: « egregi signori, voi
certamente sapete come la tradizione c'insegni essere stato l'evange-
lista San Luca un valente • pittore. Anche ricordate che la tradizione
artistica ha raffigurato lo stesso San Luca, nell'atto di dipingere, se-
duto sopra un bue. Il quale bue, in tempi meno a noi remoti, fu
pur esso un gloriosissimo pittore, per la sua special valentia detto
Cima-bue.
Ora se questo emblema, meglio che il Leone di San Marco, vi
confacesse, ditelo aperto e sincero. Molto meno gloriosa e vetusta ori-
gine ha, a mio credere, il Leone di S. Marco. Equi, Egregi e Serenis-
simi signori, non offendo la memoria di S. Marco: mene spiacerebbe
specialmente per il compagno suo S. Luca. Perchè, se non lo sapete,
è fama che i due evangelisti siano vissuti e morti in perfetto accordo;
prova questa evidentissima, se altre non ce ne fossero, che S. Marco
non fu mai pittore. Ma non questo stavo ora dicendovi. L'origine del
Leone di S. Marco è, relativamente, recente.
Risale a quando il Doge Morosini si smarrì , durante un suo
viaggio, nel gran deserto del Sahara.
Un giorno videsi venire incontro un ferocissimo leone, dagli occhi
di fiamma, irta la giuba, ruggendo sordamente. Egli si diede allora
perduto. Quando un' aquila di enormi proporzioni, scendendo a picco
suUuogo, si appresentò al leone, offrendoglisi generosamente in preda.
E il leone con tale ingordigia la divorò, che non potendo le ali del-
l' aquila passare per le bramose canne del terribile animale, nello
sforzo dell' ingoiarle, gli uscirono dalle spalle, per che in breve ora
egli morì. Ritornato il Doge a Venezia, in omaggio per lo scampato
pericolo, votò il leone a San Marco protettore. «
La Commissione, per nulla convinta, insistette nel volere il Leone,
e fu accontentata. E perchè nessuno potesse negare che quel leone e
simbolico, il pittore Sezanne lo rappresentò colle zampe di dietro
galleggiante sulle acque increspate.
Però come è vero che le Commissioni non sono il pubblico, così
si trovò ancora chi non fu contento dell' idea : fu un toscano.
— Il leone di se' zanne? egli disse — e come si può dare?
SETTIMO
LE ESPOSIZIONI
Come il mio amico Mimo, di solito così serio, si sia permesso di
offendere con una testata, altrettanto indecente quanto calunniatrice,
il capitolo in cui avevo stabilito di parlare di quei venerabili istituti
che, sotto il nome di esposizioni, sono il palpito perenne di quanti
artisti, sotto la cappa del cielo, lavorano per la vita e per 1' ideale, è
ancora un mistero per me. Perchè egli non può aver così presto di-
menticato come, in sul cominciare della nostra pubblicazione, dub-
biosi allora della utilità di simili Mostre d' arte, ci facessimo ad inter-
rogare in proposito quanti potevano prendere interesse a queste cose,
compiessimo jnsomma ciò che modernamente chiamano un' inchiesta.'
Ricorderà ancora Mimo come il risultato ne fosse, non che sod-
disfacente, convincentissimo. Conservo tutte le lettere allora inviateci,
e poi che alcune sono di una importanza a dirittura eccezionale, così
penso di farne omaggio al mio cortese lettore, il quale, certo, me
ne saprà grado.
Simpaticone,
mi domandi se io credo alla utilità delle Esposizioni.
Ti basti sapere che alla • prima triennale di Venezia ho fatta la mi-
gliore e più proficua conquista di tutta la mia vita. Non voglio però
negare che non c' entri un poco ancora la conoscenza che ho, abba-
stanza sicura, della lingua francese.
Non ti ricordi quanto ti ho parlato di Jacques, quel giovinetto
francese che s'innamorò di me, due anni or sono? L' ho conosciuto
a Venezia, durante 1' Esposizione.
Tua Lo LOTTE.
4-
Stimatissimo Signore,
ho saputo della loro inchiesta e non posso per-
mettere che manchi, fra i loro documenti, la mia parola autorevole.
É la verità. Se ora godo di una posizione più che discreta, lo debbo,
oltre che al mio spirito intraprendente, all' essermi trovato conduttore
d' alberghi in tempo d' esposizione. E questo di nuovo per la verità.
Con stima suo
Mariotti.
Signori Mimo e Momo,
scrivo per mio marito, che, sebbene abbia una bella
posizione, possiede una bruttissima calligrafia. Egli mi prega. di far
loro sapere d' aver cominciata la sua carriera vendendo ricordi e
guide alla porta delle esposizioni d' arte. Nè si vergogna a raccontar
questo, quando pensa che il conte di Carmagnola
Illustrissimi Signori,
rilascio loro il richiesto certificato di aver avuto per
due interi mesi sotto le mie cure il signor Tampelli, critico d' arte
obbligato ai suddetti due mesi di letto per lesioni gravissime inferte-
gli, pare, a vendetta di una sua pubblicazione, ove criticava piuttosto
acerbamente uno scultore cittadino.
Tanto a testimonianza veridica e importante, da servire alla loro
inchiesta.
Dev.mo Dott. Aldrovandi.
OTTAVO
UN' I M A G I N E
Simile a un bel corso di fresca acqua montana, che scenda tra
siepi fiorite e gloriosi alberi al piano, è la vita dell' artista. Perchè
come il rivo, nel suo viaggio, sullo specchio delle acque correnti porta
le imagini della circostante natura e le distrugge e le rinnova , in con-
tinua vicenda, così l'anima dell'artista riflette le imagini della uni-
versa vita e incessantemente, nel suo infaticato affanno di creare, le
scompagina, le commuta, le ricompone.
Ma come il rivo, giunto al piano, quando appunto pareva che il
rallentato corso dovesse permettere alle calme limpide acque di espri-
mere tutta la loro virtù fecondatrice, insensibilmente avanzando perde
la sua lucentezza e sotto un funereo lenzuolo di verdi alghe muore,
così r artista, vinto dal dubbio, smarrita la traccia della perennemente
fuggitiva Bellezza, solo, stanco e sfiduciato perisce.
NONO
ARTE DELL' AVVENIRE
Debbo confessare che a condurre a termine quest' ultimo capitolo
molto mi ha giovato la penna infallibile del mio collega Mimo. Come
infatti avrebbe potuto la semplice parola rivelare i misteriosi destini
che aspettano l'arte nell'avvenire?
Avverto perciò l'amabile lettore che, da questo momento, la mia
prosa non sarà che un fedele commento alle illuminate visioni del
compagno.
Giorno verrà, e non è lontano, che il mondo avrà dimenticate le
auree mediocrità del passato, così che allo scultore dell'avvenire, il
quale voglia ritrarre le sembianze di quel meschino imbrattatore di
tele e rozzo artefice della stecca che ebbe nome Michelangelo, sarà
benissimo lecito commettere un anacronismo e confondere l'autore
del Mose con quel sotto ufficiale del vecchio Jehova che gli scacciò
Lucifero dal Cielo.
Gli artisti allora, passando arditamente sulle viete tradizioni della
scuola, spireranno un alito di vita nuova per entro le loro creazioni,
e per mania di novità i pittori avranno l' ufficio di policromare i
tori
eserciteranno lo scalpello per entro le tele dei maggiori.
E questo per l'opera di rinnovamento degli antichi monu-
menti.
Quanto a creare nuovi capolavori 1' affare sarà ancora più spic-
cio. Lo scultore impiegherà due giorni a gettar giù una statua e dieci
anni a levigarla, così che non la si potrà esporre al pubblico prima
che un' apposita macchina venga inventata, la quale permetta di os-
servarla senza la minaccia di perdere ad ogni tratto la vista.
Il pittore a sua volta si dedicherà specialmente allo studio duella
bellezza femminile. E dipingerà donne cosi brutte che i buoni mece-
nati troveranno meno ripugnante una donna viva che una donna
dipinta, e piuttosto che comprare un quadro piglieranno moglie.
Il che se non farà precisamente camminare 1' arte, farà certamente
camminare il mondo, con vantaggio sicuro dell' una e dell'altro.
E per ultimo, dove oggi vediamo che si dipinge colle mani, nel-
l'avvenire si dipingerà coi piedi- la qual cosa non significa che si di-
pingerà male, ma soltanto in modo diverso dal presente.
MOMO.
A VENEZIA
Non più sì come a' giorni
del libero splendor
passano i Dogi adorni
neir alto Bucintor,
non a te il mar ritorna
chiedendoti l'anel,
or che gli fai le corna,
spergiura ed infedel.
L'anel che avea redato
dalla sua sposa il mar
in Arcivescovato
lo danno da baciar,
e al Lido, ove ristette
pensosa Giorgio Sand,
strillan due biciclette
dell'Orio e del Marchand,
e la chanteuse Fifìna^
mugola nei Caffè
dov'è evocò Vanina
Alfredo de Musset.
Pur se il pensier riviene
a te, santa città,
cadono le catene
della mia frolla età,
fugge il recente scorno
tra un sogno e un ideal,
m' alita un canto intorno
che non mi par mortai.
Ben hai cercato il porto
nell'Arte unico tu,
quando il presente è morto
e la tua gloria fu !
Questa, che un dì Tiziano,
e il tuo Tiepolo amar,
ti svelerà 1' arcano
studio dell' obliar.
Cessa il martirio, cessa ;
è amaro il sovvenir :
o antica Dogaressa,
t' affisa all' avvenir.
Udimmo già canzoni
e serenate assai,
e son degli Schiavoni
sorde le rive ormai,
han fatto un gran guardare
il damo e la fedel
la gondola filare
sotto r opaco ciel.
Cessa il martirio, cessa ;
è amaro il sovvenir:
o antica Dogaressa,
t'affisa all'avNenir.
Tratti dai maliosi
occhi dell' Arte, a noi
vengon desiderosi,
Terra, i figliuoli tuoi.
Note canzoni, ad iio !
un nuovo canto or sai :
voglio cantare anch' io
un inno universal.
La gondola incantata
pronta ad accórmi è già:
voglio una serenata
fare all' Umanità.
Ahi, caso disperato,
che so di non tener
neanche uno spezzato
da dare al gondolier !
MOMO.
CARTEGGIO INEDITO
DI
ALFONSO PROCOLI
(A proposito di mia critica d' A^^te)
22 Marzo 1895
Egregio Signore,
so che è affidata a Lei la cura di parlare dei quadri
esposti air ultima Mostra della Società dello Zodiaco. Fra questi dovrà
figurare una tela simbolica, dal titolo: Primavera umana, del
giovine e valente pittore Stefano Sgorbiatti. Lontana da me la
pretesa d' influire nei suoi giudizi competenti e spassionati. Ma se
qualche cosa fosse dato implorare al mio sesso , vorrei chiedere
alla compitezza di Lei uno sguardo benevolo, molto benevolo, alla
tela deir egregio giovine. Non eserciti la sua malizia di critico ad
investigare le ragioni che possono muovermi a simile preghiera. Le
sarò riconoscente.
Un' ammiratrice.
(Scriva fermo in posta: Passiflora)
23 Marzo 95
Signorina,
perdoni la fretta e la sincerità. Tutto per lei,
tutto. Ma non chieda da me il sacrificio delle mie opinioni per un
terzo, forse il suo amante. La riverisco distintamente.
Suo : Alfonso Procoli.
24 Marzo 95
Signore,
non ho amanti. Forse dovrei off'endermi dello
sprezzo immeritato e del nessun conto in cui tiene il desiderio di
una donna incognita e che, ripeto, potrebbe esserle riconoscente. Ma
non sono usa offeodermi della franchezza. Anzi.
La sua: ammiratrice.
(Diriga alla solita, nel modo che sa)
<^
25 Marzo 95
Signora ammiratrice,
prima di tutto, nessuno mi assicura che lei sia
donna. Lei deve essere un seccatore, uomo; non una donna. Non
mi secchi.
Alfonso Procoll
27 Marzo 95
Signore^
mi servo dell' anonimo, non per vigliaccheria, ma
perchè due schiaffi dicono che siano più saporiti quando se ne ignora
la provenienza. I medesimi sono per lei, se credesse di parlar male
del quadro: Primavera umana.
(Anonima)
27 Marzo 95
Caro Alfonso,
perchè tardi ad inviarmi 1' ultima critica della
Mostra? Il giornale presto va in macchina e prevedo che per questo
numero non se ne farà nulla. Una rivista quindicinale ha bisogno
d' affrettare, altrimenti al prossimo numero la critica non ha più il
sapore della attualità. Aspetto le cartelle.
Tuo GOTTARDI.
Direzione del periodico quindicinale d' arte,
lettere e scienze : Il Cornucopia. Ab-
bonamento annuo L. 6.
o
30 Marzo 95
Rispettabile Signore,
abbiamo il piacere di presentarvi i nostri omaggi,
unitamente all' offerta dei nostri servigi. Sappiamo spettare a voi
la parte di critico artistico nel periodico cittadino: il Cornucopia.
Abbiate la compiacenza di ricordare ancora che la gran tela ado-
perata dal pittore Sgorbintti per il suo ultimo capolavoro è uscita
dalla nostra Ditta. E vogliate comandarci.
Gino e Camillo Ronchi
commercianti
o
30 Marzo 95
Amico Procoli,
ti mando le bozze. Affretta; il tempo stringe.
Addio, genio incompreso.
Tuo sempre Gottardi
30 Marzo 95
Signor critico,
so, non chiedete come, che riceverete oggi le bozze
del vostro articolo. Se parlate male del quadro, sapete che cosa vi
aspetta. Non sono solito intimidire per niente.
Firmato: Box.
<^
30 Marzo 9o
Signor Alfonso,
sono una donna. Se volete persuadervene, venite,
oggi, alle tre precise, in via delle Torrette, all' angolo del Palazzo
Sanvitali. Parleremo a lungo.
Vostra: Mariettina.
òignor 1 ornielli stimatissimo,
direte al Direttore che gli rimando le bozze ra-
dicalmente corrette là dove parlavo del quadro dello Sgorbiatti.
Le correzioni derivano da studi posteriori e più coscienziosi. Pre-
gatelo caldamente a curare 1' esattezza, fino allo scrupolo. Grazie.
Vostro: Procoli.
Ali amministratore del periodico: Il Cornuropia
. . ,^ 5 Aprile 95
Caro sig. Al forno,
ho letto r articolo, proprio oggi. Vedete se anche
VOI siete rimasto persuaso della bellezza di quella tela ? Ed io che
ve r aveva raccomandata!
Se volete vedermi oggi, sapete dove e come. Direi che mi co-
minciate a piacere.
Gentilissimo Signore,
Mariettina Pippi.
6 Aprile 95
vi ringrazio delle cortesi parole sul mio povero
quadro. So di non valere nulla, nè pretendo di più. Però, avendo
impiegato così poco tempo a compiere il lavoro, posso dire di non
essere mal riuscito nella prova. Aspettatemi a miglior saggio. Se
altra volta avrete occasione di intrattenervi delle cose mie potrete
servirvi di questo pacco di lettere e articoli, che qui vi accludo, e
che schiariranno qualche punto oscuro della mia vita artistica.
_ _ .Ogni qual volta apro e scorro queste carte, arrossisco. Sono
inni di lode, vedrete; immeritati.
Una strétta cordiale.
Dev.mo vostro: Sgorbiatti.
^ , . 6 Aprile 95
Irent.mo signor protetore,
credo che mio figlio avrà già fatto il suo dovvere
inverso di lei. Sicuro che abisogna riccambiare gentilezza con genti-
lezza. E se non sono gentili i crittichi chi vole che sia gentile con
questi poveri ragazzi ? le asicuro che Stefano mi ha dato una grande
sotisfazione , perchè le lagrime che abiamo sparso per esso sono
molte, e anche i quatrini sono stati parecchi molti. Cuando si crit-
ticha abisogna pensare cuante notti insoni si è passate per loro, e lei
ci a pensato bravo lei, a lui e ala sua mamma.
Permetta che le voglia del bene, signor protetore.
La Madre di lui Prudenza Sgorbiatti.
Poscritto: ci aggiungo anche le firme di tutta la casa.
Fu Pietro, padre di Steffano.
Tonino, detto Bubù, fratelino minnorenne.
Apolonia, mia sorella, ammalata di broncite.
9 Aprile 95
Lei è un imbecille.
Anonimo.
9 Aprile 95
Caro collega,
fra tanta penuria di critici nel nostro dolce
paese, fa piacere ritrovai-e uno come voi che unisce alla coscienza
la assoluta superiorità dell' ingegno. Vi presagisco una carriera
superba.
Coir augurio vi saluto.
Pacifici, critico musicale.
10 Aprile 95
Amico,
tu hai mostrato di avere due cose che noi ita-
liani non avevamo ancora : la conoscenza del tema trattato e quella
della lingua patria. È molto più che una promessa; è una vittoria.
Tuo: Monetti.
Veloce Club « Atalanta »
<^
10 Aprile 95
Caro Alfonso,
mi hanno detto che la tua critica è tanto bella.
Peccato che sia scritta in italiano: traducimela in tedesco.
Tuo : Max.
10 Aprile 95
Caro Signore,
potrei aver 1' onore di chiederle una copia del
suo lavoro, gratis ? Anche un tantino di dedica non stonerebbe. La
dedichi a chi vuole: tanto lei non ha 1' onore di conoscermi.
(Fermo in posta, alle lettere C. S.)
10 Aprile 95
Alfonsino,
tu, così buono, hai osato fare 1' apologia di quello
scandaloso nudo, chiamato ipocritamente « Primavera umana » ?
Sta attento: quando hai potuto aggiungere la offesa di Dio alle off'ese
già, fatte all' arte, non ti ho capito più. Sai che la mia eredità deve
passare in mani pure e timorate: ricordalo.
Tuo zio : Don Domenico.
11 Aprile 95
Caro amico,
si grida, si cavilla, e non si sa mai nulla. Chi
sacramenta che il critico non deve preoccuparsi che del bene del-
l'arte, senza riguardi, senza reticenze; chi vuole invece un critico
docile, indulgente, alla mano. Per me ho sempre creduto che pre-
cipua dote del critico sia il non capirne sillaba. Ecco forse il mi-
stero per cui la tua é l i uscita una critica decente.
Ricordati del tuo ^ Flavio.
<E>
11 Aprile 95
Signore^
ebbi già l'onore di minacciarle quattro schiaffi
se avesse osato dir male del quadro dell'amico Sgorbiatti. Ora
dovrei essere contento, essendosi il signore profuso in elogi al me-
desimo, esagerati ed immeritati. Se non che c' è nella faccenda un
punto oscuro, o viceversa. Non c'entra forse per nulla in questa
manovra la signorina Mariettina Pippi ? Mi meraviglio di lei, che
non si vergogni. Non contento di aver distolta la signorina dal-
l'amore allo Sgorbiatti, ora la invidia ancora a me. Perchè, per
sua norma, è da gran tempo che nutro una passione di fuoco per
la SHa ispiratrice, o critico venduto ! Siamo dunque intesi : o lei
mi si leva dai piedi, o cercherò io il modo perchè lo faccia a forza.
(Anonima)
12 Aprile 95
Ma vieti a,
scrivo colle fiamme al viso. Siete una civetta, e
forse peggio. Prima mi faceste rinnegare la mia opinione per un
fidanzato di cartapesta, che abbandonaste per me: ora permettete
che un maniaco arrabbiato mi sputi in faccia per voi, sempre per
voi, le più volgari insolenze. Sono stanco. 0 la finite di torturarmi,
0 tronco tutto e felice notte.
Vostro 0 forse non più vostro
Alfonso
16 Aprile 95
Signor Procoli,
sa chi è stanco, stanco davvero ? Sono io, e con
me mia figlia. Ah, lei credeva di giocarmi un brutto tiro, e me-
nandomi pel naso la Marietta, divertirsi ? Credo che lei abbia sba-
gliato uscio, signore mio bello. La Mariettina (che, fra parentesi, è
innamorata cotta) non fa che piangere, dal giorno che mi ha con-
fidato tutto. 0 lei dunque si decide ad agire in regola e da galan-
tuomo e allora si vedrà, o seguita cosi, e allora faccio comparire
in ballo il papà della ragazza, il quale non scherza, come neppure
io. Veda lei le cose a che punto sono. E fino a quel giorno si com-
porti come deve, che non mi tocchi insegnarglielo.
Serva sua
Gesualda Pippi.
X Maggio MDCCGXGVI
OGGI SPOSI
H Maggio 96, mattina
Mio Alfonso,
è giusto che fra noi non rimangano partite aperte.
Un anno fa, per compiacermi, tu scrivesti parole d' ammirazione sul
quadro « Primavera Umana ». È bene che tu sappia che quel
quadro era un' infamia.
Marie TTiNA
Al Signor Alfonso Procoli
critico d' arte
(Fermo in posta)
MOMO.
A SAN BIAGIO
(Per offerta di una tartaruga d' argento — voto di un pittore
riconoscente).
Tu che sei sempre andato adagio adagio,
un piede dopo / altro e circospetto ,
e sta a provarlo quel famoso detto :
« adagio Biagio »,
o santo buono buono, accogli il ooto
di chi avansa con calma e con prudenza ;
non privar di consiglio e d assistenza
un tuo devoto.
Sai che la porla delle Esposizioni
è chiusa a sette spranghe e, dalli dalli,
per chi deve aspettar ci sono i calli
e i pedignoni.
Io che Voglio i pie' sani ad ogni costo,
e non amo riscaldi e raffreddori,
per non espormi a rimaner di fuori
io non ho esposto.
MOMO.
Tav. II
La chanteuse Salomè nell'atto di ricevere
un ricco dono di un ammiratore.
Sala B
VANAISE GUSTAVE
I
Tav. V1[
S. Simone Stinta , ischeletrito per lunga
penitenza , in viaggio 'per la monta-
gna rossa.
Sala P
FRANK BRA^6^VYM
Tav. XVI
Un' intervista con Barharossa.
Sala T
Amici - G. SANTER
Tàv. XVII
Luci improvvise in un corpo.
^^^'^ Stimate -. P, HOECKER
Tav. I
Angoscia .. .. umana.
Sala D
G. ROCHEGROSSE
Tàv. Il
La laguna itterica.
Sala F
Sulla laguna — E. TITO
La cura degli esercizi ginnastici e bagni
di mare per gli itterici rachitici.
L' estate — E. TITO»
Tav IV
^1
Ritratto fin de siede.
Sala H
Ritratto della bambina Irene Tallone C. TALLONE
Tav. vi
Tav. vii
Sala T
ALOIS DELUG
Prezzo del presente fascicolo Lire 1
E PERMESSO?...
Anno \
GIORNALE UMORISTICO ARTISTICO BOLOGNESE
Esce il Sabato d' ogni settimana
Abbonamento Annuo Lire 8
Collaboratrice straordinaria
ARGIA SBOLENFI
Seconda Kdizionf: delle
RIME DI ARGIA SBOLENFI
COy PREFAZIONE DI
LORENZO STECCHETTI
Prezzo Lire 2
Dirii^ersi al Premiato Stabilimento Tipografico
SUCGliSSORI MONTI